Iniumah-ka Bisonte che Corre

Enzo Braschi
dal grande successo di “Drive In” alla scoperta del suo cuore nativo americano

di Rosalba Nattero

Non capita spesso che una persona all’apice del successo lasci la sua carriera principale per intraprendere un cammino all’interno di se stesso e verso l’ignoto.

Enzo Braschi è stato uno degli attori comici italiani più noti al grande pubblico negli anni ‘80. La sua immagine è indelebilmente associata alla trasmissione-cult Drive In di Antonio Ricci, un programma che ha creato un nuovo modo di fare televisione. Enzo Braschi era parte integrante del cast e rivestendo vari ruoli tra cui quello del famosissimo “paninaro” ha contribuito al grande successo del programma. Ma l’anima più nascosta di Enzo Braschi mandava richiami impellenti verso la sua vera natura, e così l’“attore” si è messo da parte per lasciare spazio al “cuore nativo”.

Enzo, abbiamo imparato a conoscerti soprattutto come attore comico. Ma da tempo ormai sei anche uno scrittore affermato. Si può dire che tu abbia già vissuto almeno due vite. Come mai questo cambiamento radicale di vita?

Il cambiamento non c’è mai stato. Sono due nature che sono sempre andate a fianco l’una dell’altra, parallele fin da ragazzo. Se da una parte avevo una vena seria, perché suonavo, cantavo e soprattutto negli anni del liceo ero molto leopardiano, nello stesso tempo per reazione facevo molto ridere. Anzi, più mi capitavano sfighe, più riuscivo a rovesciarle in modo comico, e i miei amici, coetanei, si sbellicavano dalle risate. Ogni medaglia ha due facce, quindi sono due nature che hanno sempre convissuto. Poi mi sono laureato con una tesi sugli Indiani d’America. Fin da ragazzo non accettavo lo stereotipo dell’indiano cattivo e della giacca blu, del conquistador, dell’invasore dell’America come latore della civiltà, ragion per cui fin da piccolo tenevo per gli indiani. Quando andavo al cinema, se moriva Cavallo Pazzo piangevo, se facevano il “mazzo” a Custer battevo le mani. Mia mamma diceva “guarda che è il contrario”, io dicevo “no, guarda mamma che è il contrario del contrario, ti sbagli tu” e quindi la mia curiosità si è trasformata in una cosa per me importantissima, che mi ha portato a laurearmi nel ‘75 con una tesi in Storia Americana.

In quegli anni in Italia c’erano forse tre, quattro libri che parlavano di indiani, peraltro due scritti da bianchi che erano basati su interviste fatte negli anni Trenta – Quaranta a indiani veri, quindi non mediate dagli antropologi. E poi c’era un mitico libro di Piero Pieroni regalatomi da mio papà quando avevo sei-sette anni, si chiama “Pellerossa”- ce l’ho ancora – che teneva la parte degli indiani e insegnava a farsi l’arco, le frecce. Io mi costruii il primo arco e le frecce da solo. Andavo nei boschi e non giocavo a fare l’indiano: ero un indiano.

Il primo film un po’ rivoluzionario da questo punto di vista era “Soldato blu”, che tu ricorderai, dove i “buoni” erano gli indiani e da cui è nato un filone che è diventato anche moda, cosa che non so quanto gli indiani apprezzino…

C’è stata tutta una rivoluzione, un ribaltamento per fortuna di vecchi codici, vecchi canoni. Certo gli Indiani d’America però non ignorano una cosa, che Hollywood, come spesso fa, si pente dei suoi peccati perché in questo modo è molto facile lavarsene le mani. In realtà non bisogna soltanto pentirsi dei peccati, ma cercare di risolverne gli effetti. Invece ancora oggi in America i Nativi americani, esclusa qualche riserva che è riuscita a risollevarsi, versano ancora in pessime condizioni, direi che sono il quarto stato all’interno del primo stato.

Hai ricevuto addirittura un nome indiano, quindi ti hanno accettato proprio come uno di loro.

Sì, perché ho avuto una visione, la visione è l’alfa e l’omega dei Nativi americani, come di tanti altri popoli. Si consegue (SE si consegue) attraverso un ritiro in solitudine in un luogo naturale, impervio, come può essere una montagna, un bosco, sede di spiriti, dove si digiuna per quattro giorni e quattro notti, si prega, e in questo stato di umiltà, di disponibilità, può sopraggiungere una sorta di trance sciamanica e può succedere che un emissario del mondo dello spirito venga a farti visita e ti comunichi delle cose. Grandi uomini come Cavallo Pazzo, Toro Seduto, Nuvola Rossa, Geronimo, hanno avuto delle visioni. Io ho avuto la fortuna di averla, dopodiché, essendo a contatto con un capo della nazione dei Blackfoot e con suo fratello, un potentissimo witchashawakan, cioè “uomo sacro” per i Lakota, mi hanno interpretato la visione dandomi un corredo di immagini che determinavano cose molto importanti per la mia futura esistenza. Da quel momento in poi e mi hanno anche dato il nome: Iniumah-ka, che significa Bisonte che Corre.

Questo ha cambiato la tua vita, immagino, o era già in corso un cambiamento?

Il cambiamento era già in atto da molto tempo. A me ha fatto sempre moltissimo piacere far ridere, però non ho mai dimenticato quello che era l’altro lato della medaglia. Quando mi dedicavo di più all’attività di comico, l’altra parte era tenuta più in sordina. Ma poi è successo che partecipando una prima volta alla “danza del sole”, e poi una seconda e una terza volta, l’altra parte di me ha preso il sopravvento ed è diventato per me molto più pressante il conseguimento di mete spirituali che pur avendole dentro non avevo mai avuto l’opportunità di verificare. Ora mi sento abbastanza in equilibrio. Credo che non dobbiamo mai deificare nessuno, né celebrare nessuno. Gli Indiani d’America sono uomini come noi. Hanno però una differenza rispetto a noi: noi siamo logico-analitici, loro sono olistico-sintetici. Per noi l’adorazione del divino spesse volte è relegata ad una funzione religiosa all’interno di una chiesa; i popoli nativi vedono il divino in qualunque anello della creazione, nell’albero, nella foglia, nell’acqua, nella roccia, nell’aria, nelle nuvole.

Prendendo parte alle cerimonie, avendo avuto la visione, ricevendo un nome, frequentandoli, ha cominciato in me a prevalere l’altro aspetto, cioè l’imparar la correlazione, il rispetto, il senso di appartenenza, cose che c’erano già prima, ma erano meno pressanti, meno urgenti. Da quel momento, dal ‘96 in poi sono diventate per me imperative. E oggi posso dire di aver raggiunto un equilibrio tra le due cose, perché la materia non è negativa, è negativo innamorarsi troppo della materialità e del materialismo. La materia è necessaria, abbiamo scelto di nascere qui, in un luogo tridimensionale fatto di sapori, di odori, di sensi…

Solo che viviamo in una cultura, quella della società maggioritaria, che questo equilibrio non lo concede facilmente.

Stiamo raggiungendo una crisi di tutti i cosiddetti “valori del nostro vivere”, per cui ormai tanta gente comincia a capire che è veramente obsoleto e ha fatto il suo tempo questo modo di auto-celebrarsi, laddove ormai c’è il vuoto.

Mi sembra che sia una continua fuga dalla realtà e soprattutto una fuga dal fatto che siamo tutti quanti in corsa verso un traguardo inevitabile, che è la morte. Perché negarlo? Perché fare in modo di nascondersi davanti a questa certezza?

Il punto non è tanto l’ineluttabilità della morte, perché non ci sarebbe vita se non ci fosse morte, è la morte che ci consente di apprezzare la vita. Il punto è che non dobbiamo soltanto apprezzarla, dobbiamo entusiasmarla, la vita. E noi invece l’abbiamo avvilita. Tanta gente credo che oggi sia stanca di essere avvilita e di avvilire l’esistenza, perché vivere non è sopravvivere. Invece oggi purtroppo tutto quello che è la nostra cosiddetta civiltà occidentale sta semplicemente cercando di stare a galla in una palude, in una sabbia mobile.

Molti si sono rivolti alla filosofia degli Indiani d’America, altri all’India, come reazione alla mancanza di qualcosa che sembrano non poter trovare qui. Però sappiamo benissimo com’è andata anche qui in Europa…

Le radici della spiritualità fanno tutte parte di un’unica pianta, di un unico albero. Noi abbiamo dimenticato di essere spirituali da duemila anni. Per motivi squisitamente economico-religiosi, abbiamo cioè frainteso la spiritualità e la religiosità. Non abbiamo capito che la religione è l’esplicazione dello spirituale, ma non può essere il fine, perché alla base della religione ci dev’essere la spiritualità, quindi il rispetto degli altri, di tutto ciò che è vivo e spirituale. Invece, in nome della religione, la supremazia dell’uno sull’altro non è affatto spirituale.

Sembra quasi che la religione porti lontano dalla spiritualità.

“Religione” deriva dal latino religio, cioè “legare insieme”, però mi sembra che dall’epoca delle crociate e anche da prima, in nome della religione purtroppo ci siamo trovati, pur adorando tutti lo stesso dio che si può chiamare in modi diversi, ad allontanarci gli uni dagli altri invece che avvicinarci gli uni agli altri.

Parlavamo dell’Europa. Tu dicevi che da duemila anni le cose sono molto cambiate in Europa. Io credo che non siano gli europei che hanno colonizzato i continenti, ma una parte di europei che, prima ancora di colonizzare le Americhe e gli altri continenti, hanno colonizzato l’Europa.

Una volta c’erano i Celti in Italia, c’erano gli Umbri, gli Etruschi. Poi Roma a poco a poco, diventando anche sempre più grande e volendo espandere il suo potere ha sottomesso i popoli arcaici, originari del luogo, portandovi un impero. Quindi, anche noi siamo stati indiani. Chi adesso se ne ricorda, ricomincia a esserlo. C’è una bella storia, una storia vera. I Nez Percé sono una tribù dell’Idaho a cui i bianchi strapparono la terra benché i Nez Percé fossero loro amici e avessero concesso di vivere accanto a loro. L’avidità dei bianchi li portò a scacciarli dalla loro ultima valle, che era il loro paradiso incontaminato, e alla deportazione. Si ribellarono sotto la guida di un capo che aveva assunto addirittura, per l’amore che aveva verso la cultura dei bianchi, un nome bianco, cioè Capo Giuseppe, considerato il Napoleone dei Nativi americani. Inseguito da mezza America, e dall’esercito, riuscì a fare una marcia forzata con uomini, donne, vecchi e bambini e dall’Idaho arrivò quasi fino al Canada, dove fu arrestato a mezzo di un tradimento: gli si chiese un colloquio, ma quando si presentò, fu preso, legato e imbavagliato. Capo Giuseppe allora fece un grandissimo discorso di resa che è ancora oggi il più citato. Un discorso estremamente commovente e attualissimo. La cosa che accadeva in quei giorni, quando tanti guerrieri morivano e le vedove li piangevano, era questa: che gli uomini di pace, i capi della nazione dei Nez Percé andavano dalle vedove e dicevano “non piangete, perché coloro che oggi hanno ucciso i vostri uomini, i vostri mariti, un domani rinasceranno e saranno i nostri uomini, verranno qui a imparare da noi”. E’ quanto sta accadendo, perché oggi sempre più persone sono assetate, affamate della cultura degli Indiani d’America, in quanto riconoscono in questa cultura una modernità straordinaria, un’ecologia intesa non soltanto a livello fisico come amore per Madre Terra, ma un’ecologia dello spirito, un modo di ricongiungersi alle nostre stesse radici, come figli di Madre Terra che lottano per lei.

Tra i tuoi interessi ci sono anche le profezie sul 2012. Come interpreti la profezia Maya?

I Maya erano maestri del tempo e avevano un concetto di tempo totalmente opposto al nostro. La loro conoscenza, scrittura e traduzione del tempo, per renderlo uno strumento comprensibile, veniva raccolto in sincronari, perché vedevano la Terra e il nostro sistema solare sincronizzato con l’alto, con il sopra.

Per noi il tempo è denaro e alle calende greche si pagavano le tasse. Per loro il tempo è arte. Se si sincronizza ciò che è in alto con ciò che è in basso, come diceva Ermete Trismegisto, i poteri spirituali si trasferiscono dall’alto verso il basso in quanto si lavora in sincronia con il battito cardiaco della galassia. I Maya si erano resi conto che i sincronari potevano dividere il tempo in 365 giorni. Il Tzolkin era fatto di mesi di venti giorni, duecentosessanta giorni in totale. Ogni giorno veniva dipinto da un glifo, che è l’oroscopo genetliaco. In base a questo, la comunità Maya lavorava affinché la natura del bambino fosse conforme a ciò che le stelle gli avevano donato. Era una civiltà che badava alla felicità del singolo individuo, in quanto doveva fare in modo che il programma che l’individuo aveva scelto venendo al mondo fosse in effetti portato a compimento. Ogni 5125 anni i tzolkin si chiudevano (il sincronario tzolkin comincia il 3113 a.C. e finisce il 2012) dopo tredici baktun, un periodo che era il Lungo Conto e rappresentava il crollo simbolico di un sole. Ogni cinque soli – e noi siamo al crollo del quinto – si chiude una precessione equinoziale (26.000 giorni) perché è il cammino sull’eclittica di tutte le costellazioni in senso antiorario attorno all’asse della galassia centrale. L’ultimo glifo del calendario tzolkin, il sincronario tzolkin del 2012, è raffigurato da un grande coccodrillo che emette acqua sul mondo, e simboleggia l’asse della galassia che ha la funzione di una sorta di stargate di energia proveniente dall’alto, dal centro della galassia, investendo il sistema solare, e quindi ci riconnette a un nuovo inizio. Non è la fine del mondo, è l’inizio di un nuovo ciclo.

Tu sei ligure, è noto che i liguri amano tantissimo la loro terra, ma poi molto spesso se ne vanno. Perché?

Se ne vanno perché la Liguria è avara. Nessuno sfonda in patria, nemo profeta in patria, tanto meno in Liguria. La Liguria è una fucina di talenti, che ha dato una generazione di cantautori straordinari, nonché di attori, parliamo di Gassman, di Gilberto Govi e tantissimi altri. Però poi diventa gelosa, vorrebbe che rimanessero tutti lì. Il fatto è che Genova non è così aperta come possono esserlo Milano o Roma, ragion per cui devi per forza valicare gli Appennini per cercare spazi più ampi e aperture, più possibilità. Genova purtroppo queste possibilità cose non te le offre. Ti offre il campanilismo, l’essere qualcuno all’interno della tua città, ma non qualcuno a livello nazionale, per cui si va fuori. E’ sempre stata considerata una città di provincia, anche se di fatto non lo è. È circondata da una cinta di montagne che non consente di avere un’apertura a 360 gradi. Il genovese davanti ha il mare, dietro ha le montagne, dice “e ora cosa faccio?” da qui il mugugno, la polemica. Il milanese in qualunque modo si giri ha una scappatoia e una possibilità.

Tornerai in televisione?

E’ difficile. La televisione, dal 2000 in poi, è essenzialmente diversa, non è più la stessa cosa. I reality hanno cambiato in modo devastante tutto il concetto di televisione, non c’è più il varietà, non c’è più l’intrattenimento se non in sporadici casi. E’ spiacevole il fatto che non venga data l’opportunità a gente che è cresciuta con il suo pubblico di continuare a stare con il suo pubblico. Non parlo solo per me ma per tanti colleghi con i quali ho vissuto, ho condiviso gli anni in cui abbiamo fatto tanta televisione. Tutto un mondo gettato via, come se fossimo degli avanzi.

Cambiamo argomento: gli UFO.

Ho avuto la fortuna di vedere il mio primo disco volante a sette anni. Era pieno giorno, in Piemonte, e c’erano anche dei testimoni. Poi lessi Mondi in collisione di Velikovsky, una lettura che mi ha affascinato molto. Cominciai a raccogliere quelle che erano anomalie nel nostro sistema, nella storia del pianeta Terra, fatti che non si possono che catalogare come anomalie. Ora c’è un rifiorire di queste ricerche che ci fanno comprendere chi erano gli dei; i Sumeri li chiamavano Annunaki, i Dogon del Mali subsahariano li chiamavano Nommo, creature che scendevano sulla Terra con un’arca roboante che emetteva fiamme. Tutta un’iconografia che parla di questi eventi misteriosi, anche nella tradizione degli stessi Indiani d’America.

Non posso pensare che popoli che non avevano alcuna conoscenza di tecnologia potessero inventarsi storie che oggi possono essere lette come la precisa cronaca di eventi che non erano umani. I Sumeri parlando del sistema solare citano Plutone, che è stato scoperto nel 1930 dall’astronomo Tombaugh. Come può un popolo del 3300 a.C. descrivere il sistema solare come soltanto la moderna astronomia lo descrive? Gli scienziati sorridono. È più quello che la scienza omette che quello che ammette. E non capisco perché questa paura. Chi è che ci rimette a riconoscere la verità e a cercare le nostre radici?

A proposito di extraterrestri, cosa ne pensi dei cosiddetti rettiliani?

C’è un Nativo americano che si chiama Robert Morning Sky, nipote di un altro Robert Morning Sky che nel 1947, un mese circa dopo il crash di Roswell, fu testimone di un’altra caduta, un’altra navetta che precipitò in Arizona. Questi indiani andarono sul luogo e trovarono un essere alieno, un piccolo grigio; lo ricoverarono nella loro tribù per un certo periodo di tempo e questo alieno, che era un z-reticuliano, un grigio, raccontò la storia del pianeta Terra. Disse che lassù in cielo, per migliaia di anni, ci furono delle lotte tra gli Arian e i Siriani per il predominio di certi settori della galassia. Gli Arian scesero sulla Terra, così pure i Siriani, portando le loro colonie (parliamo di 400-500mila anni fa), e ancora oggi esisterebbe un potere, un predominio mentale, che viene diviso e contrapposto tra i Sirian e gli Arian. Gli Arian erano rettiliani.

Mi impressiona il fatto che un nativo americano, nel 1947, potesse parlare di queste cose.

Perché non potrebbe essere che in tempi remotissimi qualche viaggiatore sia venuto qui, abbia compiuto qualche azione e poi se ne sia andato? Perché no? Tanti detrattori obiettano che l’universo è infinito ed è sicuramente abitato non soltanto da noi ma è difficile che da distanze così lontane si possa arrivare fino qui. Eppure, secondo la teoria della relatività generale di Einstein che afferma l’esistenza della curvatura spazio-tempo, potrebbe esserci gente che dalle Pleiadi riesce a piegare lo spazio-tempo e in un secondo arrivare qua. Oggi la fisica quantistica sta aprendoci a frontiere che fino a qualche anno fa parevano semplice fantascienza. I grandi scrittori di fantascienza degli anni ‘50 e ‘60 sono i moderni profeti, perché guarda caso tanti di loro hanno espresso teorie che oggi, purtroppo o per fortuna, si sono dimostrate vere.

Star Trek insegna…

Lo stesso Leonard Nimoy (Mister Spock) ancora oggi racconta che quando fecero la prima serie di Star Trek lo studio era molto frequentato da scienziati della NASA che suggerivano il nome da dare ai vari elementi quali la velocità di curvatura warp, gli scudi deflettenti ecc. Ciò vuol dire che la NASA ne sapeva già parecchio.

Io credo che il più grande problema che da sempre affligge l’umanità è proprio quello della gestione dell’altro, ed è esopolitica. Chi erano gli alieni nel 1492? Gli Indiani. Chi erano un po’ più tardi? Gli Aborigeni australiani. Ogni volta che noi, latori, portatori di una civiltà basata su un potere materiale molto forte ci imbattiamo in un diverso, cosa facciamo? O lo sottomettiamo o lo sterminiamo. Perché gli alieni appaiono facilmente, ai Nativi americani, agli Aborigeni australiani? Perché i Nativi non hanno paura del diverso. Perché lo vedono come un’altra creatura che vive all’interno del nostro stesso universo.

Questa loro disponibilità è ciò che purtroppo li ha portati alla distruzione.

E’ questo il punto: non vedono il male. Parlando con i capi indiani, ho detto loro: “mi dispiace per quello che noi bianchi vi abbiamo fatto..” Mi hanno risposto “quello che è stato è stato, l’importante è che tu sia qui, comunque il sangue è rosso per tutti. Dimentichiamoci del passato, siamo lo stesso fratelli.” Io non so se noi siamo capaci di fare altrettanto. Anche se se ne parla poco, non dimentichiamo che gli indiani erano circa 80 milioni. Ne son rimasti solo il 5 per cento.

La stessa cosa è successa in tutti i continenti.

Il signor Cortez, quando andò in Messico nel 1519 aveva davanti a sé 25 milioni di abitanti. Dopo vent’anni il Messico si era ridotto a un milione. E tutti sono morti per l’estrazione dell’argento e dell’oro. Non si parla mai di queste cose, ma sono un fatto, questa è storia.

Perché Cortez e tutti i conquistadores spagnoli riuscirono a fare quello che hanno fatto benché avessero a che fare con un popolo che era mille volte superiore a loro? Perché un qualunque popolo diciamo arcaico, che vive a contatto con la natura e fa delle regole della natura il suo modo di vivere, non può concepire parole come genocidio o sterminio. Non è nel suo vocabolario. Quindi non riuscivano a capire la situazione e si resero conto solo alla fine dell’ineluttabile.

La “Discovery doctrine”, la famosa bolla papale che autorizzava i coloni ad impossessarsi delle terre scoperte comprese tutte le popolazioni che vi vivevano, ha provocato tutto questo.

Sì, e da questo è nata la teoria del destino manifesto, Manifest destiny, che comincia con il signor Cristoforo Colombo, il quale quando arriva pianta la bandiera, pianta la croce, dice “prendo possesso del nuovo mondo in nome delle sue graziose maestà Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona”. L’offensiva finale schiacciò una volta per tutte, purtroppo, i Lakota, i Cheyenne, gli Arapaho, e si concluse dopo la battaglia di Little Big Horn con lo sterminio degli Indiani a Wounded Knee. Ma perché si arrivò a questo? Gli Indiani d’America hanno un luogo nelle grandi pianure, in Sud Dakotah, che ho visitato, dove sono andato a pregare, ho partecipato anche a una danza del sole. Son le Colline Nere, le Black Hills, Paa Sapa in lingua Lakota, Un posto meraviglioso. Sono la perla incastonata nell’immenso mare delle grandi pianure del centro degli Stati Uniti, dove avevano rifugio i bisonti d’inverno. Gli Indiani trovavano lì ricovero dai venti freddi del nord, ed erano considerate il paradiso. Gli Indiani si erano accorti che tutti i picchi, tutti i luoghi delle Colline Nere erano la riproduzione intera delle stelle del cielo. L’Harney Peak sono sette picchi disposti come le Pleiadi. Quindi, era la presenza del Grande Spirito sulla Terra, il suo dono. Arrivarono i commissari da Washington, misero la loro scrivania sotto la tenda, tutti gallonati, con le divise lucide, al cospetto di Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo e tutti gli altri. Dissero: “siamo venuti a chiedervi di venderci le Colline Nere”. Gli Indiani si misero a ridere, risposero “non riusciamo a capire. Non si vende la terra sulla quale il popolo cammina. C’è posto per tutti”. “Ma a noi interessa comprarle perché c’è l’oro”. E gli Indiani: “Quella pietra gialla?” “Sì” “Per voi è importante?” “Per noi è preziosissima, è tutto” “La mangiate?” “No” “Ma cosa ci fate allora?” “Be’ sapete, l’oro, noi lo trasformiamo in dollari” “Ah, quei biglietti di carta, verdi?” “Sì, con quelli andiamo nei negozi nelle città dell’est e compriamo le cose. Noi vi diamo questi dollari così potete comprarvi anche voi quello che volete”. E loro dissero: “Noi non dobbiamo comprare niente, è già tutto qui. È da sempre che c’è tutto qui”. “Be’ sentite, o ce le vendete o vi ammazziamo”.

Ancora oggi gli Indiani dicono “Voi vendereste il Vaticano? Vendereste la Mecca? Vendereste Gerusalemme? No. Per noi le Colline Nere erano quello e ci siamo battuti, siamo morti da patrioti per salvare quello che per noi è il centro del mondo. Ma perché per voi tutto deve avere un prezzo?” Il sacro non ha un prezzo.

(Dalla trasmissione radiofonica “Nel Segno del Graal” di Radio Flash del 14 giugno 2011 – per ascoltare l’intera intervista: www.shancommunity.org)

Enzo Braschi, attore televisivo e scrittore, è tra i massimi studiosi della cultura dei popoli originari dell’America del Nord. Ha scritto numerosi saggi sugli Indiani d’America ed ha pubblicato recentemente il libro “2012, l’anno del contatto” per Barbera Editore.

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