Il Luogo Sacro dei Sogni

Diamo i numeri: 348 metri d’altezza, 3 chilometri di lunghezza, 2,5 chilometri di larghezza con un perimetro di 9. Non dovete giocarli al lotto, ma potete provare ad immaginare le dimensioni imponenti di Ayers Rock, il monolita più grande del mondo; il cuore rosso dell’Australia dove Syusy ha incontrato Marco Banchelli. Geograficamente parlando è una bellezza geologica in pieno deserto, una preziosa trappola naturale per l’acqua. Attorno alla sua base 11 sorgenti forniscono una riserva idrica fondamentale per la gente del luogo e per gli animali di passaggio. Più comunemente ciò che lo rende famoso è la sua tipica colorazione rossa accesa, le cui gradazioni variano nell’arco della giornata seguendo i raggi del sole e cambiandone completamente l’aspetto; questo suggestivo fenomeno è dovuto alla presenza di minerali ferrosi nella sua struttura di arenaria sedimentaria.

Arenaria che si sfalda come il serpente si spoglia della pelle morta; dalla superficie si staccano piccole scaglie di spessore sempre identico: così Ayers Rock rimpicciolisce pian piano senza mutare però la propria forma. Dettaglio significativo per gli aborigeni, che vedono in ogni piega, ogni buca, in ogni asperità di Uluru dei richiami al loro mondo mitologico. Per gli aborigeni questo è infatti “Il Luogo Sacro dei Sogni”. Secondo il mito durante il Tempo del Sogno non era che una collina di sabbia popolata da mitici animali, poi al compimento della creazione assunse la forma attuale, ma la presenza dei suoi abitatori rimane testimoniata in segni naturali, così come le vicende degli antenati sono narrate nelle innumerevoli incisioni sulle pareti delle caverne. Le sue forme sono una specie di libro religioso in cui si trovano, per chi li sappia leggere, tutti i poemi, tutte le favole, tutti i miti degli antichi australiani.

Proprio per questa sua sacralità, il passaggio di proprietà di Uluru dal governo australiano ai legittimi proprietari è da considerarsi una tappa importante della dura lotta per il riconoscimento dei diritti degli aborigeni. Nel 1985, dopo 99 anni, Uluru-Kata Tjuta National Park è stato restituito alla comunità locale degli Anangu che ora possiedono l’intera zona e la amministrano insieme all’ente governativo federale per la gestione dei parchi nazionali che sovraintende alla manutenzione, preservando flora e fauna. Il parco ospita oltre 360 specie di piante e 20 specie di mammiferi locali che richiamano ogni anno 650.000 visitatori circa. Per vedere la montagna turisti sempre più numerosi sfidano il deserto e l’ostilità dei nativi, che non permettono agli estranei di avvicinarsi ai luoghi tabù, come le grotte dell’iniziazione.

Syusy e Orso hanno sorvolato la zona con la mongolfiera, gli aborigeni infatti non gradiscono che i turisti scalino la Montagna Sacra, ancora oggi teatro di cerimonie segrete vietate all’uomo bianco. La scalata non è vietata, ma la scelta è lasciata alla coscienza del singolo. Tra l’altro raggiungere la cima è più faticoso di quanto possa sembrare, Uluru nasconde molte insidie per gli incauti che si avventurano oltre le linee segnate; ci vogliono discreto impegno, un fisico in buona forma, scarpe adatte e scorte d’acqua per fronteggiare il calore desertico, insopportabile soprattutto d’estate.

Chissà che le insidie non siano in realtà trappole delle divinità nascoste tra le caverne, stizzite per il disturbo? Per questo noi concordiamo con Syusy e Orso, un po’ di rispetto per le tradizioni locali non guasta mai… è la prima cosa che un turista deve mettere in valigia!

Silvia Salomoni – velistipercaso.it

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